Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, l’ha messa giù in modo piuttosto chiaro: Wayne McGregor, Caterina Barbieri e Willem Dafoe non sono semplicemente dei grandi artisti catapultati a fare i direttori. Sono pensatori. Gente che mastica la scena artistica usando esattamente gli stessi muscoli, gli stessi nervi e le stesse intuizioni che impiega per tirare fuori coreografie, partiture o drammaturgie. La Biennale, d’altronde, ha sempre avuto questa fissa per la contemporaneità internazionale. Ma il progetto di quest’anno ha cercato un salto d’orizzonte decisamente più ambizioso: dalla nicchia del contemporaneo all’universale, chiedendo al pubblico non solo di guardare, ma di fare la fatica vera, quella di misurarsi con la complessità del presente esercitando il pensiero critico. Roba non da poco.
La carne e la poesia a Venezia
Al centro di questo terremoto concettuale c’è lui, Dafoe, e il suo 53° Festival Internazionale del Teatro appena andato agli archivi (conclusosi lo scorso 15 giugno). Il manifesto parlava chiaro: Theatre is Body – Body is Poetry. Niente avatar, niente mondi sintetici. Si torna alla carne. La presenza dell’attore, quell’intelligenza animale e sfuggente che scavalca il nostro stesso controllo, è il motore sudato del palcoscenico. È l’antidoto alla bulimia virtuale di oggi, lo strumento per creare una comunità provvisoria in platea disposta, per una volta, ad ascoltare. E per uno che viene dalle cantine sperimentali del Wooster Group, tutto questo suona come un necessario, viscerale ritorno alle radici.
Il cartellone veneziano ha tessuto magistralmente due fili rossi. Il primo, Venezia 75/25, è stato un tuffo in un passato che rifiuta di sapere di naftalina. Ripartendo dalla storica Biennale del 1975 di Luca Ronconi — uno spartiacque assoluto per le due sponde dell’Atlantico — si sono celebrati i veri mostri sacri. L’Odin Teatret con Eugenio Barba e Julia Varley, giunti in Laguna con Le nuvole di Amleto; Thomas Richards, che da trent’anni porta avanti l’eredità del Workcenter Grotowski (ora Theatre no Theatre), in prima europea con Inanna. C’è stato spazio per i superstiti del leggendario Living Theatre pacifista di Beck e Malina, per teorici immensi come Richard Schechner, e per un sentito omaggio a Richard Foreman. Lo stesso Dafoe ci si è buttato in prima persona con l’esperimento performativo No title, mentre la sua vecchia famiglia newyorchese, l’inossidabile Wooster Group guidato da Elizabeth LeCompte (fresca di Leone d’oro), ha riportato alla luce Symphony of Rats a quasi quarant’anni dal debutto.
Il secondo filo, I maestri di oggi, ha piazzato i carichi da novanta della creatività post-drammatica contemporanea, rintracciando quell’eredità sul corpo attoriale nel presente. Basti pensare alla follia visionaria di Romeo Castellucci con il suo progetto site-specific I mangiatori di patate sbarcato all’Isola del Lazzaretto Vecchio, o alla potenza della Schaubühne capitanata da Thomas Ostermeier.
Quattro ore d’aria in California
Ma questa ossessione per il corpo, per l’imprevedibilità del fattore umano e per la mente che deraglia, non è certo un vezzo estetico che resta confinato nei palazzi lagunari. È un’urgenza che scavalca gli oceani e si annida ovunque ci sia un palco disposto ad accoglierla.
Prendiamo la provincia americana. Proprio stasera, 26 giugno 2026, lontano anni luce dalle speculazioni intellettuali europee, la Good Company Players di Fresno inaugura la sua nuova produzione al 2nd Space Theatre nel cuore storico del Tower District. Sotto i riflettori c’è Good Night, Oscar, e rimarrà in scena fino a metà agosto.
La pièce affonda le mani esattamente in quella pasta umana incontrollabile invocata da Dafoe, declinandola tra commedia e dramma biografico. La storia è quella vera di Oscar Levant, pianista geniale, icona hollywoodiana e personalità a dir poco turbolenta. Lo spettacolo si concentra su una singola, allucinante notte del 1958: Levant ottiene una “libera uscita” di appena quattro ore dalla clinica psichiatrica in cui è internato. Il motivo? Piazzarsi davanti alle telecamere per un’ospitata al Tonight Show di Jack Paar sulla NBC.
Quattro ore in bilico tra il reparto psichiatrico e la ribalta televisiva nazionale. Eccolo qui, il corpo teatrale nudo e crudo, strappato all’isolamento clinico per essere offerto a una platea affamata di spettacolo. Che sia la vastità concettuale del Lazzaretto Vecchio o un palco incastrato tra le avenue di Fresno in California, la dinamica di fondo resta invariata. La meraviglia, e forse l’essenza stessa del teatro, esplodono sempre e solo quando quell’intelligenza fuori controllo viene messa in scena, ricordandoci quanto siamo meravigliosamente vulnerabili.