Il festival Torinodanza si conferma uno dei punti di riferimento più vivi e prestigiosi per la coreografia contemporanea. Come sottolinea Anna Cremonini, la rassegna mescola sapientemente spettacoli inediti e nuovi autori a grandi ritorni di personalità già note e apprezzate, consolidando un legame profondo con compagnie e coreografi. È un percorso maturato negli anni, che ha saputo trasformare Torino in un fulcro internazionale della sperimentazione corporea. La mappa dei protagonisti del 2026 è densa: nomi del calibro di Sharon Eyal, Ioannis Mandafounis, Saïdo Lehlouh, Christos Papadopoulos e Georgios Kotsifakis, accanto al Rambert Dance con (LA)HORDE, ad Akram Khan e all’universo dei Peeping Tom guidati da Gabriela Carrizo. A dialogare con queste realtà globali ci saranno le migliori espressioni della ricerca italiana, da MM Contemporary Dance Company a YoY Performing Arts, Descendants, Daniele Ninarello, Sofia Nappi, Michela Lucenti, Francesca Pennini e il collettivo MK di Michele Di Stefano.
Quest’anno il festival apre uno spazio inedito alle danze urbane nel loro significato più ampio e contaminato. Sarà la prima volta in Italia per Témoin, firmato dal Collectif FAIR-E e da Saïdo Lehlouh, artista emerso nella scena b-boying parigina di fine anni Novanta con una visione totalmente rinnovata della break dance. Magnetico nella sua energia e raffinatissimo nei gesti, Témoin lancia uno sguardo vibrante sulle complessità e sulle tensioni della società contemporanea.
Radici italiane e sguardi oltreoceano
Questo sostegno alla creatività non è solo una scelta estetica, ma un preciso impegno istituzionale verso il futuro della coreografia italiana, teso a rafforzare il sistema e a mettere il nostro panorama al centro della riflessione contemporanea. Il percorso si avvia già il 10 settembre 2025 all’Auditorium del grattacielo Intesa Sanpaolo con la MM Contemporary Dance Company, che presenta un trittico firmato da tre autori differenti. Tra questi spicca Short Stories di Michele Merola, un’esplorazione intima di micro-narrazioni in cui i corpi dei danzatori si muovono sulle note suggestive di un paesaggio espressivo fatto di violino e voce solista.
Ma la necessità di usare l’arte performativa come atto politico e di rottura dei confini fisici o culturali non si ferma all’Europa. Se a Torino è la danza urbana a farsi specchio sociale, a New York, nello storico Delacorte Theater di Central Park, è la parola shakespeariana a essere scardinata per dare voce a chi spesso viene spinto ai margini.
Una Verona di frontiera a Central Park
Chi si aspettava il classico dramma elisabettiano assistendo a Romeo e Giulietta è rimasto decisamente spiazzato. La regia di Saheem Ali, basata sulla traduzione in spagnolo di Alfredo Michel Modenessi, ha trasformato la tragedia in una produzione bilingue in cui i due protagonisti si parlano spesso nell’idioma di Cervantes. Ali ha voluto usare questo testo sacro per lanciare un messaggio politico forte, puntando il dito contro i maltrattamenti subiti dalla popolazione ispanofona a causa dell’ICE e contro l’assurdità del muro di confine tra Stati Uniti e Messico.
La vicenda si sposta così a Nueva Verona, evocando le tensioni quotidiane delle comunità di frontiera. Durante gli scontri tra Montecchi e Capuleti compaiono striscioni con lo slogan “Defund the Wall” e sul palco si staglia una replica del muro stesso. Il regista costringe il pubblico a calarsi nelle divisioni politiche e culturali di un Paese spaccato, lasciando che gli spettatori ne avvertano tutto il peso.
Identità e contaminazione sul palco
L’operazione ha intercettato un pubblico reale: una parte consistente della platea era chiaramente ispanofona, felice di godersi lo spettacolo insieme a tutti gli altri. In un clima politico in cui l’amministrazione attuale calpesta i diritti delle minoranze, facendo sentire le persone fuori posto persino agli eventi pubblici, è stato confortante vedere una presenza così massiccia della comunità Latinx. Certo, l’intreccio di battute in inglese e spagnolo ha reso la comprensione complessa per chi non parla la seconda lingua (e forse dei sottotitoli in inglese in futuro aiuterebbero), ma la forza emotiva dei personaggi ha colmato ogni vuoto linguistico. La storia la conosciamo tutti, e la chimica sul palco tra Ra’Mya Latiah Aikens (Giulietta) e Daniel Bravo Hernandez (Romeo) è letteralmente esplosiva.
A sostenere questa visione c’è un cast eccezionale e multietnico che include LaChanze, Glenn Fleshler, Mariand Torres, Jason Manuel Olazabal, Deirdre O’Connell, Francis Jue, Caleb Joshua Eberhardt, Zack Lopez Roa, Ariyan Kassam, Martin K. Lewis, Reece Dos Santos, Jessica Pimentel, Rachel Crowl, Andres Nicolas Chaves, Sergio Mauritz Ang e Marlon Xavier. Un ensemble straordinario che dimostra concretamente, attraverso l’arte, come la convivenza e la fioritura collettiva non siano utopie teoriche, ma una realtà possibile da abitare.