Il teatro è una bestia affamata, capace di inghiottire epoche apparentemente inconciliabili per poi sputarle fuori in un unico respiro scenico. C’è un filo, molto meno sottile di quanto si creda, che lega la purezza di un villaggio galiziano ottocentesco all’asfalto rovente e spietato di New York.
Partiamo da chi ha fatto della grazia la sua trincea: Marinel Stefanescu. Correva l’anno 1982 quando la sua Coppelia calcò per la prima volta le tavole del Teatro Municipale Valli di Reggio Emilia, trainata dalla Compagnia Balletto Classico e dal carisma di Liliana Cosi. Un’operazione pionieristica per l’epoca, un manifesto di virtuosismo tecnico che ancora oggi regge l’urto del tempo con una freschezza estetica sfacciata. A differenza dei soliti drammi romantici dove la passione non corrisposta ti spedisce dritto all’altro mondo, qui c’è spazio per festeggiare: la storia si chiude felicemente con un matrimonio, salvando capra, cavoli e le rigide convenzioni del diciannovesimo secolo.
L’Evoluzione di un Classico tra le Punte e il Contemporaneo
Questo caposaldo del repertorio classico, forte della sua coloritura musicale vivace e di un’ambientazione familiare, è tornato a far parlare di sé di recente in una veste inaspettata. Lo spettacolo istituzionale di fine anno del Nuovo Balletto Classico — sotto la direzione di Elena Casolari, Rezart Stafa e Nicoletta Stefanescu — andato in scena al Teatro Ariosto, ha piazzato un colpo da maestro. Se il primo e il terzo atto sono rimasti fedeli alla coreografia e alla trama originale di Marinel, il secondo ha subìto un vero e proprio ribaltone contemporaneo firmato da Daniele Saul Ardillo. Un azzardo, caldeggiato dallo stesso Rezart Stafa, che poteva rivelarsi un pugno nell’occhio. Invece, la contaminazione non ha spezzato l’incanto, dimostrando come l’antitesi tra stile moderno e rigore classico possa convivere sul palco con una naturalezza disarmante.
Il nocciolo del successo resta lo stile di Stefanescu, capace di iniettare fantasia e attualizzazione in ogni angolo della partitura visiva, dalle parti classiche alle energiche danze di carattere come le Mazurke e la Csárdás. Le scenografie maestose di Hristofenia Cazacu, unite ai costumi disegnati dallo stesso coreografo, trasudano l’umorismo e la gioia di vivere tipici del suo vocabolario. Parliamo di una metodologia teatrale feroce, fatta di regole millimetriche volte a un unico bersaglio: l’armonia totale e il controllo assoluto del corpo.
La storia la conosciamo bene. Siamo al confine tra Polonia e Ungheria. I giovani del posto, in primis Swanilda e Franz, sono divorati dalla curiosità per una fanciulla misteriosa che passa il tempo affacciata alla finestra della casa di Coppelius, un vecchio strambo con la fama di stregone. Swanilda, rovesciata dalla gelosia per le attenzioni che il fidanzato riserva alla sconosciuta, si infiltra in casa con le amiche e scopre il trucco: la dimora è piena zeppa di automi e la ragazza alla finestra è solo una bambola perfetta, Coppelia. Quando il vecchio rientra all’improvviso, Swanilda si camuffa con i vestiti della bambola. Nel frattempo, anche Franz si è intrufolato, ma Coppelius lo narcotizza per tentare un esperimento folle: travasare l’anima del giovane in quella che crede essere la sua creatura meccanica. Swanilda sta al gioco, finge di prendere vita per poi smascherarsi e fuggire con l’amato risvegliato, lasciando il povero illusionista a fare i conti con la propria solitudine, mentre l’intero villaggio si lancia nei festeggiamenti nuziali del terzo atto.
C’è una riflessione di Stefanescu che scava a fondo nell’essenza di quest’opera: «Il sogno è per i bambini il modo ideale per avvicinare cose lontane che ancora non comprendono. Ho cercato di capire perché da piccoli si sogna tanto e da grandi così poco… Forse c’è qualcosa nei bambini che i grandi non dovrebbero dimenticare, la capacità istintiva di amare l’“altro” anche quando l’altro è una bambola.»
Dal Carillon al Cemento Armato
Coppelia nasce da un incastro perfetto tra librettista, musicista e coreografo, dove ogni singola azione prende respiro e forma diventando l’esatta misura di un microcosmo narrativo totalizzante. Ed è esattamente questa stessa fame di plasmare un’opera in cui musica, corpo e parola si fondono, che ci sbatte bruscamente dall’Europa dell’Est dritto nelle viscere delle metropolitane americane.
Se l’anima si può infondere in una bambola per sfuggire al vuoto, cosa succede quando la strada ti strappa via ogni certezza?
È la domanda ruvida attorno a cui ruota il nuovo progetto di Lin-Manuel Miranda ed Eisa Davis. Il loro Warriors, un concept album del 2024 acclamato dalla critica e basato sull’omonimo film cult sulle gang newyorkesi, sta per compiere il grande salto verso Broadway. Nella prossima primavera, il Lunt-Fontanne theatre accoglierà la trasposizione teatrale di questa odissea urbana. La genesi dell’opera è roba per palati forti: la pellicola d’azione diretta da Walter Hill nel ’79 pescava a piene mani dal romanzo di Sol Yurick del 1965, il quale a sua volta affondava le radici nientemeno che nell’Anabasi, l’epica antica di Senofonte. Al centro di tutto, la disperata corsa verso casa di una fazione di Coney Island, braccata fino al Bronx con la falsa accusa di aver fatto fuori il leader della gang più temuta della città.
Se a Reggio Emilia la scommessa vinta è stata fondere il balletto classico con le tensioni contemporanee, a New York la partita si gioca su dinamiche decisamente più metropolitane. Andy Blankenbuehler, già complice di Miranda per le coreografie del ciclone Hamilton, curerà la regia a quattro mani con Jenny Koons, firmando anche i movimenti scenici. La Davis e Miranda hanno chiarito che non ci troveremo di fronte a un musical interamente cantato: ci sarà un libretto strutturato e un cast stabile di circa venti elementi. E qui arriva il compromesso fisiologico del palcoscenico: per l’album in studio, i due autori avevano tirato su una squadra di fuoriclasse impressionante (ventisei tracce con nomi del calibro di Lauryn Hill, Marc Anthony, Shenseea e leggende del rap come Nas e Busta Rhymes schierati per rappresentare i cinque distretti in Survive the Night). Un roster irripetibile dal vivo. «Abbiamo invitato artisti incredibili che non avremmo mai potuto avere per otto repliche a settimana», ha ammesso la Davis senza troppi giri di parole.
Resta l’impatto frontale della storia. C’è una battuta incisa nel disco che è finita dritta nel copione teatrale e che riassume l’urgenza di questa operazione: «Cosa fai quando distruggono tutto ciò in cui credi?». È il vero punto di rottura dei nostri giorni. Che si tratti di smascherare un vecchio inventore per imparare ad amare le proprie imperfezioni o di sopravvivere a una notte senza regole tra i graffiti di New York, il palcoscenico continua a essere quello specchio opaco dove cerchiamo ossessivamente di decifrare chi diavolo siamo.