Il cinema e la televisione continuano a regalarci ritratti magnetici di figure complesse, uomini capaci di opporsi a un copione che sembrava già scritto. Da una parte troviamo la grazia e l’assoluta insofferenza alle regole del più grande ballerino del Novecento, dall’altra l’oscurità e la spietata determinazione di un antieroe britannico. Due storie all’apparenza lontanissime che, in questi giorni, si uniscono sulle nostre piattaforme nel segno della ribellione e della ricerca di sé.
Nureyev e quel disperato salto verso la libertà
Domenica 8 giugno, alle 21.10, i riflettori di Rai Storia si accendono su Nureyev – The White Crow. Dietro la macchina da presa c’è Ralph Fiennes, che firma la regia di questo intenso biopic del 2018 basato sulla biografia scritta da Julie Kavanagh e si ritaglia anche il delicato ruolo di Aleksandr Puškin, mentore del protagonista.
La narrazione ci porta dritti a Parigi, nel 1961. Durante le tappe di una tournée all’estero, un giovanissimo Rudolf Nureyev sfugge in modo clamoroso al controllo del KGB per chiedere asilo politico in Francia, compiendo il primo passo per diventare un’icona assoluta della danza classica. Il cast vanta nomi di spessore come Oleg Ivenko, Adèle Exarchopoulos, Chulpan Khamatova, Aleksey Morozov, Raphaël Personnaz e Olivier Rabourdin.
Il film ricostruisce la vita del ballerino procedendo per incisivi salti temporali. Tutto inizia da una nascita fortuita a bordo di un vagone della Transiberiana, passando per un’infanzia segnata dalla miseria in Siberia, fino all’ingresso nella prestigiosa Accademia Vaganova di Leningrado. Nureyev è talento puro, ma indomabile. Proprio la sua ribellione alla rigida disciplina sovietica lo mette costantemente nei guai, salvato solo dall’intervento di Puškin, che riesce a sgrezzarne il genio, e dalle cure materne della moglie Xenia, con la quale in seguito intreccerà una relazione extraconiugale. Anche quando il regime tenta di relegarlo in una scuola di provincia, l’intercessione della ballerina Natal’ja Dudinskaja, che lo impone come suo partner, gli salva la carriera.
L’intrigo parigino e la rottura con Mosca
Il cuore del racconto accelera durante la famosa trasferta in Francia. Nonostante i rigidi divieti imposti ai cittadini sovietici, Rudy frequenta i circoli occidentali, stringendo un legame profondo con il ballerino Pierre Lacotte e la cilena Clara Saint, una ragazza da poco segnata dalla tragica morte del fidanzato (figlio del ministro francese André Malraux). Il talento di Nureyev sul palco parigino folgora tutti, ma le sue frequentazioni allarmano i vertici sovietici, terrorizzati dall’idea di una fuga di informazioni. A nulla servono i disperati tentativi del manager Striževskij di riportarlo all’ordine.
All’aeroporto di Le Bourget, proprio nel giorno della partenza per Londra, scatta la trappola. A Nureyev viene comunicato che non volerà nel Regno Unito: il presidente Chruščëv lo rivuole in patria per un’improbabile esibizione al Cremlino. Rudy intuisce immediatamente l’inganno. Sa che i sospetti di spionaggio pendono sulla sua testa e che, una volta tornato a Mosca, non vedrà mai più l’Occidente. Aiutato da Clara, che mobilita le forze di polizia francesi, orchestra uno stratagemma rocambolesco per chiedere asilo. Rifiuta senza esitazioni l’ultimo ricatto di Striževskij, pur sapendo di andare incontro a una condanna per alto tradimento e di esporre la propria famiglia a durissime rappresaglie. Sceglie la libertà.
Un salto nel tempo: dai palcoscenici alle strade di Birmingham
Se Nureyev lotta per affrancarsi da un sistema totalitario, c’è un altro protagonista amatissimo dal pubblico che deve oggi fare i conti con i propri demoni interiori. Cambiamo decisamente scenario e periodo storico: dalla Guerra Fredda all’Inghilterra devastata dalla Seconda Guerra Mondiale. L’attesa è infatti finita per i fan di Peaky Blinders.
Il regista della prima stagione, Tom Harper, riprende in mano le redini del franchise con Peaky Blinders: The Immortal Man, una pellicola che funge da vero e proprio epilogo alla blasonata serie. Siamo nel 1940. Thomas Shelby, reduce da un lungo esilio autoimposto, fa il suo ritorno per affrontare una resa dei conti devastante. Con il futuro della sua famiglia e dell’intero Paese appeso a un filo, Tommy è costretto a scegliere se affrontare frontalmente il proprio retaggio o ridurlo definitivamente in cenere.
Il trionfo di Cillian Murphy
Cillian Murphy, forte del recente trionfo agli Oscar per Oppenheimer, regala qui quella che i critici considerano l’interpretazione definitiva di Shelby. La stampa di settore è compatta nel lodare l’opera, che attualmente sfoggia un impressionante 92% su Rotten Tomatoes.
Jeremy Mathai di /Film lo definisce senza mezzi termini un epilogo perfetto, sottolineando come l’attore irlandese vesta ormai la pelle del personaggio con una stanchezza e una risolutezza disarmanti: ogni ruga sul suo volto racconta i peccati di una vita intera. Lo sceneggiatore Steven Knight gioca con l’attesa del pubblico, ma quando il vecchio Shelby emerge, l’esplosione giustifica una delle sequenze più memorabili dell’intero franchise. Dello stesso avviso è Matt Meglia (Next Best Picture), che considera l’opera un regalo ai fan, capace di mantenere intatta l’estetica visiva e musicale della serie madre, chiudendone le trame con precisione chirurgica.
L’impatto visivo e narrativo è tale che anche i neofiti ne rimangono folgorati. Hanna Flint di IGN ha confessato di voler recuperare tutte le stagioni dopo aver divorato i 112 minuti di questo film denso e stiloso. Guy Lodge su Variety elogia la scrittura corposa e l’impianto produttivo di altissimo livello, mentre Ian Sandwell (Digital Spy) rassicura i puristi: questo non è un prosieguo forzato per fare cassa, ma la conclusione eccellente e necessaria di un capitolo fondamentale. In attesa dei nuovi progetti spin-off targati Netflix, l’ultimo saluto di Tommy Shelby è esattamente il trionfo che il pubblico sperava di vedere.