“Essere umani” è il suggestivo titolo scelto per la settantesima stagione del Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale. Fondata nel lontano maggio del 1955, l’istituzione celebra questo traguardo con un cartellone decisamente imponente. Da settembre 2025 a luglio 2026, il pubblico potrà assistere a ben 93 titoli divisi tra sede e tournée. I numeri dell’offerta culturale parlano chiaro. Ci saranno 25 produzioni e coproduzioni, tredici debutti in prima nazionale, oltre a 54 ospitalità e ai quattordici spettacoli inseriti nel programma di Torinodanza. Valerio Binasco guida un nucleo artistico dalle molteplici anime, affiancato dal regista residente Leonardo Lidi, dal nuovo drammaturgo residente Diego Pleuteri e da artisti associati del calibro di Kriszta Székely, Liv Ferracchiati e Silvia Gribaudi. Questa pluralità di sguardi rafforza la vocazione internazionale e contemporanea del teatro. Un approccio multidisciplinare che trova conferma anche nella seconda edizione di Torinodanza EXTRA. Questo percorso in tre tappe crea un ponte naturale tra il festival diretto da Anna Cremonini e la stagione di prosa, portando in scena, tra gli altri, il britannico Ben Duke e lo spagnolo Marcos Morau.
Una scommessa sulle nuove generazioni Il ricambio generazionale non è solo uno slogan, ma una priorità assoluta per lo Stabile. La direzione affida responsabilità cruciali ai giovani, a partire dall’inaugurazione della stagione curata proprio da Leonardo Lidi, direttore della Scuola per Attori. Molte produzioni vedono protagonisti registi e interpreti emergenti, pronti a dialogare apertamente con i veterani del palcoscenico. A novembre 2025, le Fonderie Limone di Moncalieri ospiteranno “Energie Nove”, una rassegna dedicata alle compagnie indipendenti che prende il nome dalla storica rivista fondata dal diciassettenne Piero Gobetti. Quindici spettacoli daranno voce ad artisti tra i venti e i trent’anni per esplorare i temi più urgenti della contemporaneità. A questa profonda indagine partecipa attivamente anche l’ensemble under 30 PoEM. Guidati da Gabriele Vacis, i giovani attori porteranno in scena progetti dedicati ai Vangeli e alla rilettura del “Novecento” di Alessandro Baricco.
I grandi classici e i maestri di oggi Tre percorsi tematici dominano l’intera programmazione. Si parte da una preziosa rilettura della drammaturgia italiana, attraversando quattro secoli di storia teatrale: dalla “Mandragola” di Machiavelli a Pirandello, fino al Novecento napoletano di Viviani ed Eduardo De Filippo con “Sabato, domenica e lunedì”. Un secondo focus, altrettanto intenso, esplora il genio di Shakespeare attraverso sette capolavori immortali, tra cui “Amleto”, “Re Lear” e “Otello”. Il terzo itinerario si immerge totalmente nel presente. L’attenzione verso gli autori viventi si traduce in 24 opere contemporanee firmate da nomi illustri come Annie Ernaux, Stefano Massini, Yasmina Reza, Ivan Cotroneo e lo stesso Diego Pleuteri.
Il ricordo di un pioniere della scrittura Proprio questa continua vitalità della parola scritta ci spinge a riflettere su chi ha dedicato l’intera esistenza alla creazione di mondi sul palcoscenico e sullo schermo. Il recente lutto che ha colpito il mondo dello spettacolo dimostra quanto sia profondo l’impatto di un singolo autore. Il 16 marzo scorso si è spento a 74 anni Eric Overmyer, geniale sceneggiatore di serie televisive di enorme successo come “Bosch” e co-creatore di “Treme”. Prima di conquistare il piccolo schermo, Overmyer è stato un prolifico drammaturgo, la cui scintilla creativa si è accesa durante gli anni universitari al Reed College. La notizia della sua scomparsa ha risvegliato ricordi indelebili in chi ha condiviso con lui i palcoscenici del Nord-Ovest americano.
Gli anni della sperimentazione L’ambiente universitario del Reed all’epoca era un vero e proprio laboratorio a cielo aperto, decisamente più libero e disinvolto di oggi. Con soli cento dollari, un giovanissimo Overmyer fondò un club di recitazione insieme al collega Lee Blessing. Quel periodo formativo lo vide brillare come attore in ruoli complessi, dal protagonista dell'”Edoardo II” di Marlowe ad Hamm in “Finale di partita” di Beckett. Le visite al campus di poeti come Gary Snyder e Phillip Whalen si rivelarono fondamentali per fargli trovare la sua vera identità autoriale, portandolo a scrivere la primissima stesura della sua opera di debutto, “Native Speech”. Subito dopo la laurea, l’energia di quegli anni prese forma nel Portland Conservatory Theatre. Questa innovativa compagnia univa docenti, studenti e professionisti, e vide Overmyer cimentarsi con maestria nella regia e nella recitazione, lasciando il segno come impeccabile maggiordomo in una produzione de “L’importanza di chiamarsi Ernesto”.
Dal teatro indipendente al successo televisivo La chiusura del teatro di Portland non fermò la sua evoluzione artistica. Overmyer fondò la compagnia Crows and Roses, si esibì per lo Storefront Theatre e collaborò attivamente con il Theatre Workshop. Il passaggio a realtà teatrali più strutturate era inevitabile. A Seattle, il Pioneer Square Theatre mise in scena il suo musical “In a Pig’s Valise”, mentre lui dirigeva opere complesse come “Kid Champion” di Thomas Babe. Il salto successivo lo portò a Los Angeles e, infine, a New York. Quando nel 1994 tornò al Reed College per collaborare alla produzione della sua celebre opera “On the Verge”, aveva già trovato una casa artistica al Center Stage di Baltimora e stava muovendo i primi passi decisivi nella scrittura televisiva. La sua formidabile carriera dimostra in modo lampante come il teatro rimanga il terreno fertile per eccellenza dove coltivare quell’essenza umana che continua ad animare, oggi come settant’anni fa, i palcoscenici di tutto il mondo.