Traslocare un intero museo non è mai un’equazione semplice. Eppure, il National Museum of Mathematics di New York, affettuosamente noto al pubblico come MoMath, ha fatto proprio questo, spostandosi dalla 26esima Strada verso una ex sede di un negozio di bricolage lungo la Avenue of the Americas. Raddoppiando la sua superficie originaria, il museo si trova ora in una posizione strategica nel quartiere di Chelsea, a pochi passi da destinazioni commerciali molto frequentate come Trader Joe’s e il Container Store. La speranza dei curatori è evidente. L’obiettivo è catturare l’attenzione dei passanti, magari attratti dalle curiose e colorate invenzioni visibili dalle vetrine.
Cindy Lawrence, direttrice esecutiva dell’istituzione, ha già ribattezzato questa fase “MoMath 2.0”. Con il nuovo spazio a disposizione, una volta terminati gli allestimenti, il museo arriverà a ospitare ben 72 mostre interattive. Di queste, 31 sono completamente inedite e mirano ad ampliare notevolmente i campi matematici esplorati. Il secondo piano, inoltre, include ora una galleria pensata per esposizioni temporanee e mostre d’arte ispirate alla matematica.
Scoperta e intuizione attraverso il gioco
All’interno della struttura, l’atmosfera ricorda più un luna park intellettuale che una severa aula accademica. Jonathan Schiffman, ad esempio, osservava divertito la figlia Sofia, di cinque anni, giocare con tessere dalla forma insolita chiamate “einstein”. Il termine non ha nulla a che vedere con il celebre fisico. Deriva dal tedesco per “una pietra” e descrive una sagoma matematica, scoperta solo nel 2022 da un appassionato, capace di incastrarsi perfettamente per coprire una superficie piana senza mai creare uno schema ripetitivo. I motivi einstein decorano interamente il pavimento di quell’area, mentre in altre zone del museo, dai soffitti fino alle pareti dei bagni, si nascondono “triangoli impossibili” in stile Escher.
Persino gli ascensori conservano un tocco matematico, con il piano terra indicato dallo 0, il seminterrato dal -1 e il secondo piano dal +1. La Lawrence ha raccontato le estenuanti trattative passate per far approvare questa numerazione atipica ai vigili del fuoco nella vecchia sede; un ostacolo che, fortunatamente, questa volta non si è presentato.
L’idea di base, come ha spiegato Manjul Bhargava, matematico della Princeton University e neo-presidente del MoMath, è allontanarsi dalla frustrazione delle formule astruse. Si cerca di trasmettere concetti complessi a vari livelli di comprensione attraverso l’interazione pratica, come dimostrava anche Amanda Sophinos mentre esplorava le forme colorate della sezione Structure Studio insieme alla figlia Zoe. Se un tempo il focus era sulla geometria, le nuove installazioni puntano su probabilità e numeri primi. L’esibizione “Prime Properties”, ad esempio, scompone i numeri da 1 a 100 nei loro fattori primi. L’installazione “Prime Chain”, invece, illustra visivamente la Congettura di Goldbach, dimostrando che un numero pari maggiore di due può sempre essere la somma di due numeri primi, mostrando ai visitatori la scomposizione del 1622 nella somma di 739 e 883.
Fuggire dagli schermi: un’escursione creativa nel New Jersey
Se a Manhattan la logica astratta si trasforma in gioco fisico, poco distante, l’arte visiva diventa uno strumento cruciale per evadere dalle logiche digitali. Il 27 febbraio, gli studenti del corso di Pensiero Creativo della Montclair State University hanno lasciato i banchi universitari per una visita al locale Montclair Art Museum (MAM). La professoressa Kim Arin aveva un’intenzione molto chiara per i suoi allievi. Voleva che si allontanassero dai propri schermi, si immergessero in opere di grande impatto visivo e comprendessero il funzionamento delle menti creative, uscendo letteralmente “fuori dall’algoritmo”.
Durante i novanta minuti della visita, i ragazzi hanno avuto totale libertà di separarsi dal gruppo per esplorare le mostre in totale autonomia. Questa indipendenza è un principio fondante nel metodo didattico della professoressa Arin, la quale insiste sull’importanza di sapersi ritagliare del tempo da soli per riconnettersi con il proprio io interiore e decifrare il significato personale dell’arte.
L’arte che racconta storie personali e supera le tendenze
Sebbene non abbia la maestosità metropolitana del Met, il museo locale si è rivelato un concentrato di stimoli inaspettati. L’esposizione principale del momento, che varia a ogni stagione, era la Collezione Ann e Mel Schaffer, nota anche come “See It Now”. Si tratta di una raccolta di opere d’arte contemporanea prestata da due storici collezionisti che hanno sempre selezionato i pezzi basandosi sul proprio istinto e sulle storie che queste opere trasmettevano, ignorando del tutto le fredde tendenze del mercato dell’arte.
Per la stragrande maggioranza della classe si trattava della prima visita al MAM. L’impatto sul processo formativo si è fatto sentire immediatamente. Denisse Campusano, studentessa di pubblicità, ha riflettuto sul concetto di “resistenza nella creazione”, spiegando come il viaggio l’abbia spinta a interrogarsi sui veri motivi che la bloccano dal realizzare ciò che desidera. Sebastian Morey, studente di Scienze della Comunicazione, ha ammesso candidamente che l’esperienza lo ha forzato a uscire dalla sua comfort zone, mentre Jakub Bachmatiuk ha evidenziato come il museo gli abbia fornito prospettive del tutto nuove su argomenti su cui non si era mai soffermato.
Costruire connessioni in spazi contemplativi
Oltre alla profonda riflessione individuale, l’uscita didattica ha favorito momenti di forte connessione umana. Gruppi di giovani, che magari si incrociavano a malapena nel campus, si sono ritrovati a discutere animatamente e a ridere davanti alle opere esposte. Queste interazioni spontanee incarnano perfettamente la visione di Damon Stallman, responsabile dei tour e delle relazioni esterne del MAM. Stallman desidera che il museo sia percepito non solo come un santuario silenzioso, ma anche come un naturale punto di ritrovo. Dimostrando una notevole apertura, ha invitato gli studenti a proporre idee per rendere lo spazio più attraente per i giovani adulti. Ha accolto con entusiasmo suggerimenti come l’organizzazione di “date night” e ha persino accennato alla possibilità di modificare gli orari di apertura per venire incontro alle esigenze della comunità.
Situato a soli dieci minuti di viaggio dall’università, il Montclair Art Museum si conferma una risorsa inestimabile, offrendo occasionalmente anche tirocini per gli studenti desiderosi di lavorare concretamente nel settore artistico. E anche se il piano originale della professoressa Arin prevedeva una trasferta al Whitney Museum di New York, l’obiettivo didattico è stato centrato in pieno. Gli studenti hanno trovato un ambiente vitale e ricco di personalità, la cura perfetta contro la monotonia delle aule universitarie, scoprendo come l’apprendimento possa rinascere semplicemente cambiando il panorama che si ha di fronte.