L’ingombrante fantasma di “Isla de los Alcatraces”
L’isola dei pellicani, come la battezzò a suo tempo l’esploratore spagnolo Juan Manuel de Ayala per l’incredibile quantità di uccelli che vi nidificavano, è uno di quei luoghi che rifiuta ostinatamente di farsi seppellire dalla polvere della storia. Da fortezza militare ai tempi della corsa all’oro nel 1848, poi riadattata a linea di difesa durante la Guerra Civile del 1861, è diventata carcere militare nel 1933 e, l’anno successivo, il penitenziario di massima sicurezza che tutti conosciamo. Fa una certa impressione pensare che Donald Trump, in tempi recenti, abbia accarezzato l’idea di tirare a lucido la struttura per riaprirla e sbatterci dentro “i criminali più spietati e violenti d’America”.
La realtà, per ora, è che la prigione fu svuotata e chiusa il 21 marzo del 1963 per volere dell’allora procuratore generale Robert F. Kennedy. Ma il suo fascino macabro l’ha trasformata in una vera e propria macchina da turismo. Aperta al pubblico nel ’73 (con cinquantamila curiosi solo nel primo anno), oggi macina oltre 1,3 milioni di visitatori annui. E i lavori di manutenzione non mancano: nel 2015 sono stati pompati ben tre milioni di dollari per ristrutturare l’accesso principale, la guardiola, la biblioteca e la scuola. Un luogo che non finisce mai di sputare fuori segreti, tra l’altro, visto che nel 2014 un team di ricercatori ha scovato proprio sotto l’ex carcere i resti di quell’antica fortezza ottocentesca che si credeva andata distrutta per sempre.
Il mito dell’evasione perfetta e l’eredità su celluloide
Se Alcatraz è diventata una leggenda pop, gran parte del merito va a Frank Morris e ai fratelli John e Clarence Anglin, i tre detenuti che la notte dell’11 giugno 1962 riuscirono nell’impossibile. Per decenni si è dato per scontato che fossero finiti in pasto alle correnti gelide della Baia di San Francisco, ma nel 2013 una lettera recapitata alla polizia locale ha rimescolato clamorosamente le carte. La missiva, sbattuta in prima serata da una tv californiana, recitava: “Mi chiamo John Anglin, sono fuggito da Alcatraz nel giugno del 1962 con mio fratello Clarence e Frank Morris. Ho 83 anni e sono in pessima forma. Ho il cancro. Sì, quella notte ce la facemmo, ma a malapena”.
Non sorprende che Hollywood ci sia andata a nozze. Dal leggendario “Fuga da Alcatraz” del 1979 con Clint Eastwood (girato ad appena sei anni dalla chiusura vera e propria del penitenziario), il grande schermo ha munto la location in ogni modo possibile. Pellicole come “L’uomo di Alcatraz” (1963), “La sfida di Alcatraz” (1987), “L’isola dell’ingiustizia” (1995) con Christian Slater e Kevin Bacon, fino a quel concentrato di adrenalina anni ’90 che è “The Rock” (1996), con il trio Sean Connery, Ed Harris e Nicolas Cage.
Dalle sbarre di ferro al gelo dell’Alaska
Il cinema si è sempre nutrito di gabbie, che siano fatte di sbarre arrugginite o di natura ostile. Se Alcatraz incarna la trappola urbana e claustrofobica per eccellenza, gli spazi sterminati sanno essere prigioni altrettanto letali e definitive. È proprio esplorando questo istinto primordiale di sopravvivenza che David Ayer, già dietro la macchina da presa per Suicide Squad e Fury, si prepara a lanciare il suo nuovo thriller.
Intitolato Heart of the Beast, il film arriverà nelle sale il 25 settembre sotto l’egida di Paramount Pictures e promette di spostare l’asticella della tensione direttamente nelle terre desolate dell’Alaska. Il plot ruota attorno a un ex soldato delle Forze Speciali e al suo cane da combattimento in pensione, costretti a un’odissea disperata per ritornare alla civiltà dopo essere rimasti vittime di un catastrofico incidente nel nulla cosmico del grande nord.
A guidare il cast troviamo un Brad Pitt in veste di protagonista assoluto, affiancato da pesi massimi come J.K. Simmons (indimenticabile in Whiplash) e Anna Lambe, vista in True Detective: Night Country. Dietro le quinte c’è un dispiegamento di forze notevole: la sceneggiatura porta la firma di Cameron Alexander, mentre a curare l’estetica visiva ci penserà il direttore della fotografia premio Oscar Mauro Fiore, uno che sa come gestire l’impatto visivo avendo lavorato ad Avatar e Spider-Man: No Way Home.
Anche la cabina di produzione vanta nomi di spicco. Damien Chazelle e Olivia Hamilton sono a bordo con la loro Wild Chickens Productions (sfruttando l’accordo di prelazione con Paramount), affiancati dalla Plan B Entertainment dello stesso Pitt, la Crave Films di Ayer e la Temple Hill Entertainment, la stessa scuderia dietro a titoli come Smile e First Man. Certo, al botteghino la sfida sarà una di quelle da sudori freddi: Heart of the Beast debutterà nello stesso weekend dell’avventura animata Forgotten Island targata DreamWorks e, soprattutto, dovrà vedersela con il ritorno in sala del colosso Marvel Avengers: Endgame. Ma in fondo, che sia sfuggire dalle mura di Alcatraz o sopravvivere a un fine settimana di fuoco al box office, la regola è sempre la stessa: vince chi ha la pelle più dura.