Ci avevano avvisato già da un po’, ma ora prende forma davvero: “Dear Evan Hansen”, il tritatutto emotivo capace di portarsi a casa sei Tony Award (Miglior Musical compreso), sta per sbarcare al cinema. È un’opera che ti scava dentro, un pugno nello stomaco attualissimo su cosa succede quando lasciamo che una bugia cresca fino a divorarci vivi. Dietro c’è la penna di Steven Levenson e le musiche da pelle d’oca di Benj Pasek e Justin Paul, gente abituata a fare incetta di Grammy e Oscar. Insomma, roba che ti costringe a fare i conti con cosa significhi davvero sentirsi vivi oggi, al netto delle nostre nevrosi.
Il cast messo in piedi per il progetto fa spavento. Ben Platt si rimette addosso i panni di Evan, il liceale divorato dall’ansia sociale che per tirare avanti si scrive lettere da solo ogni maledetta mattina. Platt per questo ruolo ha già fatto piazza pulita in teatro incassando Emmy, Grammy e Tony; non è assurdo chiedersi se ci scapperà pure l’Academy Award. Attorno a lui gravita un’orbita di pesi massimi, da Amy Adams a Julianne Moore, passando per Amandla Stenberg, Kaitlyn Dever e Danny Pino. La Adams presterà il volto a Cynthia Murphy, madre di Connor (Colton Ryan, il ragazzo il cui suicidio innesca tutto il disastro) e Zoe. La Moore sarà invece Heidi, la madre di Evan. Al timone troviamo Stephen Chbosky, uno che di disagio giovanile se ne intende parecchio avendo firmato “Noi siamo infinito”, mentre Levenson torna a curare lo script riadattando la sua stessa creatura.
Rispetto al palcoscenico c’è qualche rimescolamento funzionale. Prendi il personaggio di Danny Pino, Larry Murphy: stando a Deadline, lo hanno riscritto apposta come patrigno di Connor per dare un po’ di respiro e spessore a un cast già variegato (a teatro era il padre biologico). Ma la deviazione più interessante è quella su Alana, interpretata dalla Stenberg. Nel film viene tratteggiata come una ragazza che usa una facciata costantemente allegra e l’ossessione per i social media per mascherare un senso di isolamento asfissiante. La sua reazione alla morte del compagno finirà per incendiare un vero e proprio movimento.
È proprio questo cortocircuito tra la facciata pubblica e la solitudine privata a fare da ponte verso un’altra faccia, ben più cruda e reale, dell’industria dell’intrattenimento odierna. Mentre sul grande schermo si indaga il peso insostenibile delle maschere che indossiamo, nel mondo della musica c’è chi quelle maschere le sta strappando a morsi.
Basta guardare a cos’è successo all’Hollywood Palladium, dove Billboard ha appena celebrato la sua serata annuale “Women in Music”. Un evento che ha radunato il gotha femminile del panorama attuale, a riprova del fatto che stiamo vivendo a tutti gli effetti un’età dell’oro per le donne nell’industria. Niente filtri, solo una parata di esibizioni clamorose e verità sbattute in faccia. Ella Langley, che in questo momento sembra avere in mano l’intera scena country e pop, ha tirato fuori una versione acustica di “Choosin’ Texas” prima di incassare il suo riconoscimento da Lainey Wilson. Teyana Taylor, roba da non crederci, è stata benedetta sul palco da Dionne Warwick in persona che l’ha definita “il mio alter ego” prima di un’esibizione da brividi di “Bed of Roses”. Brandi Carlile ha passato il testimone a Laufey, che ha incantato tutti con una chitarra elettrica solista in “Silver Lining”. E poi i fuochi d’artificio: Kehlani con “Folded”, Tate McRae introdotta da Victoria Monet, Zara Larsson che ha tirato giù il teatro con “Midnight Sun” e Mariah the Scientist in duetto con Kali Uchis. Hanno presenziato pure le BINI e le canadesi The Beaches a rappresentare la quota pop globale.
Ma il vero scossone, quello in cui l’urgenza di farsi sentire ha superato qualsiasi copione, lo hanno regalato le voci dietro il fenomeno “KPop Demon Hunters”: Audrey Nuna, Ejae e Rei Am. Insignite del premio più atteso, quello di donne dell’anno, hanno messo da parte i convenevoli. Ejae ha preso in mano il microfono con una calma quasi disarmante, aprendo la strada agli interventi decisamente più salati e pungenti delle colleghe. Ha fatto a pezzi l’eleganza plastica dell’industria per parlare di identità. Crescendo negli Stati Uniti, ha spiegato, il problema della rappresentazione asiatica era un muro di gomma. Nessuno sui palchi occidentali le somigliava, e il sogno di diventare un idol del K-pop sembrava l’unica via di fuga.
“Quando non ha funzionato, credevo fosse finita”, ha confessato al pubblico, tracciando una linea invisibile ma nettissima con l’invisibilità provata da personaggi come l’Evan Hansen cinematografico. La salvezza, però, l’ha trovata nello scrivere canzoni. La musica se ne frega della razza o del genere. Ti chiede solo la nuda verità. “E quando ci ho messo dentro tutta la mia verità – la mia voce, il mio essere coreana, il mio essere donna – tutto è iniziato a cambiare”.
Se la finzione cinematografica ci sbatte in faccia i danni collaterali del volersi omologare a tutti i costi nascondendosi dietro una bugia pur di essere accettati, la carne viva della scena musicale risponde con una consapevolezza feroce. Il potere, come ha ribadito Ejae davanti a una platea in religioso silenzio, non è mai stato nel conformarsi, ma nella resistenza sfacciata di raccontare la propria storia senza annacquarla. Rifiutandosi di chiedere scusa o permesso per esistere. Che si tratti di un adolescente perso in uno schermo o di un’artista che si prende finalmente i suoi centimetri di palco, la dinamica è la stessa: quando si smette di fingere, non si crea solo musica o cinema. Si cambia esattamente il rumore che fa il mondo.